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Aktuelle Ausstellungen:

Eck Museum of Art (Stadtmuseum) Bruneck

13.10.2023 - 06.01. 2024
 

„nothing is connected to everything, everything is connected to something”

Dieser Ausstellung liegt die Auseinandersetzung mit dem Begriff der Assemblage zugrunde, wie er von den französischen Denkern Deleuze und Guattari verwendet wird.

Im französischen Originalwortlaut agencement - agencement ist kein statischer Begriff, es ist nicht die Anordnung oder Organisation, oder das, was assembliert wird, gemeint, sondern der Prozess des Anordnens, Organisierens, Zusammenfügens - versteht sich die Assemblage als ein Konzept, welches sich mit dem Spiel von Kontingenz und Struktur, Organisation und Wandel beschäftigt.

Die Positionen dieser Ausstellung versinnbildlichen oder verkörpern fragmentarisch Aspekte dieses wuchernden Konzepts in polyphoner Harmonie oder Dissonanz.

Das gesamte Haus, mit Ausnahme des OG der Garage, bespielend, endet mit „nothing is connected to everything, everything is connected to something“ das erste Ausstellungsjahr des neuen Eck Museums.

(Lorenz Ganthaler)

Eröffnet wird die Ausstellung am 13. Oktober und läuft kurz in das neue Jahr hinein, bis zum 06. Januar.

 

Mit Arbeiten von Lois Anvidalfarei, Franco Bellucci, ch-projects (Christina Auer und Heinz Innerhofer), Fabian Feichter, Michael Fliri, Astrid Gamper, Lisa Gutscher, Irene Hopfgartner, Antonis Magoulas, Lukas Meßner, Tappei Noguchi, Barbara Tavella, Andrea Varesco

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

OnArt Gallery Firenze 

04. - 14. 11. 2023

Impronte

Penso che è quello che tutti vogliamo, alla fine.
Far sapere che abbiamo lasciato delle impronte quando siamo passati in questa terra, anche se brevemente.
Noi vogliamo essere ricordati.

(Mike A. Lancaster)

Lo storico dell’arte francese Georges Didi-Huberman nel suo libro più originale, La ressemblance par contact: Archéologie, anachronisme et modernité de l’empreinte (La somiglianza per contatto. Archeologia, anacronismo e modernità dell'impronta), 2008 , ricostruisce, attraverso la storia dell’arte, le varie manifestazioni di questa pratica che mostra sia il contatto (ad esempio: il piede che sprofonda nella sabbia), sia la perdita del contatto (l’assenza del piede). L’impronta e la traccia parlano infatti di qualcosa che ha lasciato un segno e ora non c’è più. Grazie a esse si può ricostruire un passaggio che è stato fermato nel tempo e nella materia, seppur parzialmente e, spesso, instabilmente. Una parte per il tutto: la traccia è il particolare che contiene, a saperlo leggere, l’ordine e il significato totale. Il medico e appassionato d’arte Giovanni Morelli, negli anni settanta dell’Ottocento, propose di attribuire i dipinti utilizzando come indizi i particolari anatomici delle figure. Ogni pittore lascia infatti, per lo più inconsciamente, la propria traccia nel modo in cui raffigura una particolare parte del corpo: bisogna scovarla, riconoscerla e catalogarla. Questa pratica, come Carlo Ginzburg mostro in un bel saggio (Spie. Radici di un paradigma indiziario, Einaudi 1979), influenzò Sherlock Holmes e anche Sigmund Freud. Siamo diventati da allora tutti segugi: risaliamo a tentoni dal frammento e dalla traccia al “colpevole“. In un mondo fatto di tracce, viviamo di tentativi per approssimarci alla verità. Del resto, uno dei libri fondativi della modernità, gli Essais, cioè I Saggi di Michel Eyquem de Montaigne (1580), si intitola appunto “tentativi“: la conoscenza si raggiunge “saggiando“ varie ipotesi, provando varie piste che partono da tracce e impronte.

La memoria può essere paragonata a un enorme magazzino all’interno del quale l’individuo può conservare tracce della propria esperienza passata, cui attingere per riuscire ad affrontare situazioni di vita presente e futura. Tale archivio non ha caratteristiche statiche e passive ma può essere definito come un costruttore attivo di rappresentazioni sul mondo. In tal senso, la memoria e’ considerata ricostruttiva e non riproduttiva nella sua modalità di funzionamento.

La letteratura scientifica descrive tre fasi principali dei processi di elaborazione mnestica: la fase di codifica, la fase di ritenzione e la fase di recupero. Sebbene non si tratti di stadi necessariamente

separati e in sequenza, essi rappresentano l’intero processo dell’ elaborazione mnestica.

1. Fase di codifica: si riferisce al modo in cui l’informazione viene inserita in un contesto di informazioni precedenti. Tale nuova informazione viene trasformata in un codice che la memoria riconosce. Il processo di codifica viene influenzato da diversi fattori, tra cui sia le caratteristiche dello stimolo che fattori emotivo-cognitivi-motivazionali del soggetto;

2. Fase di ritenzione: in questa fase il ricordo viene consolidato e stabilizzato in una condizione stabile e a lungo termine
3. Fase di recupero: consiste nel recuperare l’informazione e il ricordo dalla memoria a lungo termine alla memoria di lavoro affinché venga utilizzata.

In tale fase le tracce mnestiche (Tulving, 1983) sono disposizioni che vengono riattivate quando e’ presente un adeguato indizio o stimolo di richiamo: maggiore è la somiglianza tra gli indizi di codifica e gli indizi di recupero, maggiore sarà la probabilità di riportare un ricordo alla consapevolezza. Viceversa un ricordo può rimanere disponibile ma non accessibile. Infatti, la traccia mnestica di un ricordo e l’informazione che funge da richiamo devono presentare una relazione associativa oppure una sovrapposizione di informazioni.

Il tema della memoria, trattato da molte discipline, è radicato nell’essere umano che da sempre ha il desiderio di diventare immortale, almeno attraverso il ricordo.
Siamo circondati da monumenti e lapidi, nelle piazze, ai bordi delle strade e nei cimiteri, che testimoniano quanto il ricordo sia fondamentale per l’uomo.

Richiamare alla memoria chi ci ha preceduto è sicuramente un valore collettivo e contribuisce a creare l’identità sia personale sia di un popolo.
La memoria ci permette di avere dei punti di riferimento nel passato, di conoscere noi stessi e il mondo che gradualmente costruiamo fin dall’infanzia e in questa realtà ci muoviamo con sicurezza per tutta la nostra vita o almeno fino a quando la nostra capacità di ricordare è intatta.

La memoria non è solo lo spazio dei ricordi ma anche quello dei sentimenti, tanto che gli antichi ritenevano che avesse sede nel cuore.
Il tema della memoria ha interessato la storia del pensiero a cominciare dai tempi antichi ed è strettamente connesso alla gnoseologia e alla conoscenza della realtà. Il primo filosofo che ha parlato di conoscenza e memoria è stato Platone (428-348 a.C.). Quello che l’uomo conosce non lo apprende ex-novo perché conoscere è ricordare. Apprendere per l’uomo significa recuperare ciò che ha già conosciuto e che aveva dimenticato. Secondo Platone tutto ciò che sappiamo è qualcosa che la nostra anima ha appreso prima di incarnarsi in un corpo mortale; l’anima infatti ha osservato per

più o meno tempo l’Iperuranio, un mondo in cui si trovano le Idee di tutte le cose, immutabili, e perfette. Quando l’anima si ritrova poi nel corpo si “dimentica” delle Idee viste nell’Iperuranio, ma senza perderne completamente il ricordo.
Anche nella filosofia di Aristotele il tema della memoria ha un ruolo rilevante ma in un’ottica completamente diversa. Occupandosi delle facoltà della mente umana distingue tra memoria e reminiscenza. Nel primo caso i ricordi tornano alla mente in modo spontaneo, nel secondo caso la ricerca è consapevole, un processo che scava tra i ricordi per creare legami e dare senso a ciò che viviamo nel presente.

In Letteratura Giacomo Leopardi, in particolare nelle pagine dello Zibaldone, evidenzia la connessione tra memoria e condizione umana.
Il termine usato dal poeta è rimembranza, un ricordo rivissuto nel presente che crea un forte collegamento con il passato tanto da farlo sentire ancora vivo.

Il ricordo può farci riassaporare l’entusiasmo vissuto nel passato, risvegliare in noi le aspettative per il futuro e le attese tipiche di altre età, ad esempio l’infanzia in cui domina la fantasia.
La vaghezza del ricordo produce immagini nuove, apre alle emozioni e si contrappone alla freddezza di un presente statico, fisso nei problemi concreti che chiude la mente alle illusioni vero nutrimento dell’anima.

Ma per Leopardi neanche attraverso i ricordi è possibile raggiungere la tanto agognata felicità. Il vuoto legato all’assenza nel presente di chi non c’è più è infatti incolmabile.
La visione foscoliana della poesia eternatrice, in Leopardi cede il posto ad una poesia che consola ma che è incapace di rendere l’uomo eterno.

Questa mostra vuol mettere in luce grazie all'operato degli artisti, il concetto di traccia, impronta legata al ricordo come possibilità che ha l' artista di attestare il proprio passaggio la propria presenza del mondo delegando all' opera il mezzo con cui imprimere nel tempo il proprio passaggio permettendo cosi una codificazione dell' anima.

La storia autentica può essere fatta soltanto da uomini liberi. La storia è l’impronta che l’uomo libero dà al destino.

Ernst Jünger, Trattato del Ribelle, 1951

(Romina Sangiovanni)

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